Lo stile D’Alema
Siccome lo stile è tutto, l’onorevole Massimo D’Alema ricordava l’altra sera in modo sussiegoso e baffuto che “Berlusconi ha riportato il paese agli standard di corruzione della vecchia Italia, della Prima Repubblica”. Giacché “intorno al potere berlusconiano emerge una rete di interessi, una rete affaristica che appare come un vero e proprio sistema di potere”. Un vero sistema di potere con intorno una rete di affari.

Siccome lo stile è tutto, l’onorevole Massimo D’Alema ricordava l’altra sera in modo sussiegoso e baffuto che “Berlusconi ha riportato il paese agli standard di corruzione della vecchia Italia, della Prima Repubblica”. Giacché “intorno al potere berlusconiano emerge una rete di interessi, una rete affaristica che appare come un vero e proprio sistema di potere”. Un vero sistema di potere con intorno una rete di affari. L’espressione dalemiana richiama alla mente qualche cosa di familiare, se pure un po’ scolorita dal tempo. Si direbbe la parafrasi di un motto che si portava anni addietro: “L’unica merchant bank in cui non si parla inglese”.
Non era forse questo il marchio di riconoscimento del governo D’Alema, una lepidezza fiorita per raffigurare la solida rete d’interessi pasciuta all’ombra di Palazzo Chigi tra la fine del 1998 e la primavera del 2000? Sì. Lo stesso adagio è tornato in voga nel 2005, nell’estate delle scalate al Corriere e a Bnl, la stagione del compagno Ricucci, di Consorte e Sacchetti e della merchant bank Unipol, i giorni della questione morale berlingueriana riperticata insolentemente da moderati e ulivisti contro quelli che da Botteghe oscure dicevano “abbiamo una banca”.
Acqua passata, ma indimenticabile come la bella reazione dell’Europarlamento che, con l’appoggio convinto del centrodestra berlusconiano, avrebbe poi negato l’autorizzazione all’uso delle telefonate tra Consorte e D’Alema. Ma poi, il Berlusconi che ha fatto eleggere all’unanimità D’Alema alla presidenza del Copasir non è lo stesso che “ha riportato il paese agli standard di corruzione della vecchia Italia”, come dice ora D’Alema? Sì, perché lo stile è tutto.
Non era forse questo il marchio di riconoscimento del governo D’Alema, una lepidezza fiorita per raffigurare la solida rete d’interessi pasciuta all’ombra di Palazzo Chigi tra la fine del 1998 e la primavera del 2000? Sì. Lo stesso adagio è tornato in voga nel 2005, nell’estate delle scalate al Corriere e a Bnl, la stagione del compagno Ricucci, di Consorte e Sacchetti e della merchant bank Unipol, i giorni della questione morale berlingueriana riperticata insolentemente da moderati e ulivisti contro quelli che da Botteghe oscure dicevano “abbiamo una banca”.
Acqua passata, ma indimenticabile come la bella reazione dell’Europarlamento che, con l’appoggio convinto del centrodestra berlusconiano, avrebbe poi negato l’autorizzazione all’uso delle telefonate tra Consorte e D’Alema. Ma poi, il Berlusconi che ha fatto eleggere all’unanimità D’Alema alla presidenza del Copasir non è lo stesso che “ha riportato il paese agli standard di corruzione della vecchia Italia”, come dice ora D’Alema? Sì, perché lo stile è tutto.